giovedì 10 maggio 2012

Sarà una bella società


Selvaggia Lucarelli, bella e genialoide twitter-guru con un seguito di 78.000 followers, alcuni giorni fa si è così espressa sul proprio account Twitter: “Dietro l'addio di certi Vip su twitter (Fiorello &co), c'è un fatto banale: Twitter li ha pagati per lanciare Twitter e poi non ha rinnovato il contratto.”. Ingenuamente schifata la replica di un segugio della Lucarelli: “se fosse vera questa notizia sarebbero SQUALLIDI!”. Ma la blogger redarguisce alla vecchia maniera: “perché squallidi?Twitter è un’azienda, mica un ente benefico, e se vuole testimonial li paga.”. Oh, là. Finalmente qualcuno, fra gli dei del Monte Twitter, si è caricato sulle spalle il fardello, assai gravoso, di riassestare illusioni patetiche: ovvero che dietro l’attiva partecipazione di taluni V.I.P. sui due maggiori (un)social network della Rete potesse celarsi il desiderio di sviluppare un rapporto diretto, persino intimo, con i rispettivi fans. A smuovere tali V.I.P. grandi come coriandoli sarebbe stata invece la solita, infinita dose del più abietto e immotivato narcisismo, ma soprattutto una quantità, al momento incalcolabile, di denaro sonante. Rivelazione sconcertante e inattesa, ne converrete tutti.
La Lucarelli, da persona intelligente qual è, ha utilizzato una parola precisa, fondamentale per comprendere le dinamiche regolatrici delle piattaforme sociali (invero molto piatte e poco sociali, come certe insopportabili babbione): “azienda”. Se vi siete mai chiesti per quale motivo Facebook e Twitter siano gratuiti e sempre lo saranno, o da dove provengano i miliardi atti a rendere Mark Zuckerberg il trentacinquesimo uomo più ricco della Terra secondo Forbes, siete entità raziocinanti e vi sarete di certo dati, marzullianamente, una risposta. Che è tanto semplice quanto grottesca: tutti coloro che decidono di servirsi regolarmente di Twitter e Facebook, non importa se smodatamente o con un minimo di buon senso, sono null’altro che lavoratori dipendenti, inconsapevoli e non retribuiti dei dominatori del Mondo; dei grandi marchi, degli stilisti indebitati fino al midollo, delle banche d’affari che fanno crollare paesi come la Grecia, insomma, dei signori del mercato globale, post-capitalista e nichilista. Il meccanismo è banalissimo. Esempio: Mick Jagger posta sul profilo Twitter una foto in cui indossa la nuova maglietta di una certa azienda d’abbigliamento: il giorno dopo, quella stessa azienda, proprio di quella maglietta venderà cinque milioni di esemplari. Senza sforzo né dolo, e con il solo Jagger a libro paga. Intuizione luciferina, sulla quale oggi, e purtroppo non è una battuta, si reggono le sorti del nostro pianeta, globalizzato e no.

Le ragioni di tale deriva dei social network, votati ora unicamente al marketing, andrebbero ricercate scavando nell’ontologia dei social, delle community e dello stesso Internet. Compito da intellettuali, se solo gli intellettuali di pregio ancora in vita non fossero troppo distanti o troppo irresponsabilmente coinvolti dalle meraviglie del Web, nonché collusi con le sue nefandezze. C’è poi chi si compiace di essere fuori tempo, alimentando inutile tecnofobia che va solo a vantaggio dei padroni. Poco tempo fa, disteso sulla sua amaca, attingendo un Long Island presumibilmente da uno chiccoso bicchiere a forma di Lenin con tanto di baffi, Michele Serra, ridestatosi dal torpore pomeridiano al grido de “la rivoluzione non dorme mai!”, tuonò dalle pagine di Repubblica: “Twitter mi fa schifo”. Seguirono appoggi  e contestazioni tecnofile da tutte le parti, alle quali Serra rispose con una lieve rettifica in cui motivava la tautologia di cui sopra avanzando da un fatto tecnico: i 140 caratteri di Twitter, secondo lui, sarebbero troppo pochi per esprimere decentemente pensieri complessi o addirittura compiuti. Ahinoi, non è nel numero di caratteri disponibili, il problema. Anzi, a dirla tutta, è proprio nella scarsità di spazio a disposizione che emerge il lato più oggettivamente intrigante di Twitter: il suo essere per molti versi una palestra di scrittura, dove condensare, smussare, asciugare al massimo, un aforisma o una battuta satirica; implementandone addirittura la portata comica, come nel caso di questo brillante twit di un noto e talentuoso blogger, QdG, che il 5 marzo 2012, dopo le primarie del centrosinistra a Palermo, scrive 75 caratteri di puro genio : “la sconfitta della Borsellino dimostra che Bersani indigna più del tritolo.

Il problema è altrove. Magari, per cominciare, nel nome e nel ruolo conferito agli iscritti dei due portali. Gli utenti Facebook si scambiano l’amicizia (si fa per dire); quelli di Twitter diventano followers, ovvero, letteralmente, seguaci di qualcun altro, che nove volte su dieci è un V.I.P. Impossibile non intravedere già in tali premesse una sottomissione del popolo di Twitter alla dittatura delle celebrità, dei loro silenzi, della loro spocchiosa indifferenza che, per le leggi immutabili dell’idiozia umana, li rendono ancor più desiderabili agli occhi della plebe. Di questa moltitudine Facebook e Twitter veicolano, seppur in forme vagamente differenti, le stesse, flebili manifestazioni: indignazioni, speranze, gusti cultural-musical-politici, aneliti malcelati alle più sfrenate e disinibite soddisfazioni sessuali; in una guerra planetaria a chi è più anticonformista e scandaloso, e quindi più conforme, innocuo e asservibile. Se tuttavia è vero, come è vero, che Twitter avanza inarrestabile verso il trono dei social network, ci sarà di che rimpiangere il dominio di Facebook, non-luogo che quantomeno si proponeva di allargare i cerchi relazionali abbracciando in una finta fratellanza individui sconosciuti sì, ma parigrado. Twitter, invece, sin dall’inizio si è imposto poggiando efficacia e consensi sulla più arcaica e schiavistica delle strutture piramidali, dove in cima, sui loro scranni celesti, stanno i V.I.P., quasi tutti tanto privi di talento quanto strapagati, mentre alla base milioni di followers adulano e carezzano, mai corrisposti, l’idolo di turno, sempre intento a trastullarsi in onanismi egoriferirti: Alessandro Baricco che scrive in spagnolo giacché l’italiano fa poco figo; Fabio Volo mugugnante la sua ansia prima del flop in tivù o in radio (dove ammonirà i followers scandendo “non rompetemi le palle”); Alfano e Casini prodighi di bacetti pre- e post-inciucio elettorale dai relativi profili-sputacchiera. Questa è la cifra di Twitter: il pettegolezzo, il voyeurismo, la fatuità suprema, estrema e insostenibile. Caratteristiche preoccupanti e decisamente da esecrare per aver tradito quell’ideale di socialità e coesione fra individui uguali che è, o dovrebbe essere, teoricamente sotteso ad ogni social network; un tradimento attuato ingigantendo fra gli utenti la già fallace percezione di un’intimità inesistente con gallinelle appollaiate su vertici irraggiungibili, e al contempo abbattendo ogni reale spiraglio possibile di dialogo, solidarietà e democrazia. Il problema ultimo è quindi la degenerazione di questo cortocircuito tremendo, che va immediatamente risolto. Ma come?

Ennio Flaiano, nella Filosofia del rifiuto contenuta nel suo Diario degli errori, ci risponderebbe che è preferibile dire No a tutto ciò che può ritorcersi contro di noi: anche a Twitter; per quanto lui stesso, forse, sarebbe stato un formidabile twitter-guru, non meno di Oscar Wilde o Gesualdo Bufalino. In ultima analisi bastererebbe, nei confronti di questi V.I.P. che a uno a uno molleranno Twitter, compiere un’ultimo balzo conformista e idolatrante da strenui seguaci dei loro cinguettii: emulare dapprima i Fiorello, e poi quelli che inevitabilmente seguiranno (come l’irrinunciabile Michelle Hunziker), nell’abbandono del social network più fascistoide mai concepito; nel ripiego sereno verso l’incasinato eremo quotidiano; nel ritorno esclusivo alla realtà vera, eccitante e crudele, mortale e salvifica, dove guardarsi finalmente negli occhi, tutti insieme su questa misera barca, mentre prendiamo acqua da tutte le parti. Per costruire la nostra zattera di pietra. Prima che sia troppo tardi.

lunedì 9 aprile 2012

Un articolo straordinario


    
Hans M. Enzensberger

"Un uomo lungimirante, questo Eric Blair, meglio noto con lo pseudonimo di George Orwell. Uno che di regimi totalitari se ne intendeva, assai prima che il termine entrasse a far parte del lessico degli storici. Uno che nel 1943, quando Stalin, Churchill e Roosevelt si incontravano a Teheran, già vedeva profilarsi l'antagonismo tra le superpotenze e la guerra fredda.
Qualche anno dopo la Seconda guerra mondiale Orwell pubblicò il suo più celebre romanzo, 1984. Il futuro che vedeva all'orizzonte non gli piaceva. Dipinse il panorama infernale di un regno del terrore nel bel mezzo dell'Europa, che in un futuro non lontano avrebbe perfezionato i metodi di Stalin e di Hitler: un partito unico ai comandi di un "Grande Fratello"; una "neolingua" ideata per capovolgere il significato delle parole; l'abolizione della sfera privata; un regime di sorveglianza a 360 gradi, rieducazione e lavaggio del cervello dell'intera popolazione, e infine un'onnipotente polizia segreta per soffocare sul nascere qualunque tentativo di opposizione, con la tortura, i campi di concentramento e l'assassinio.

Fortunatamente quella profezia non si è avverata, almeno per quanto attiene alla nostra parte del globo: con essa George Orwell ha ingannato sia noi che se stesso. Ma non avrebbe immaginato neppure in sogno che per ottenere almeno in parte quel risultato - e in particolare un sistema di sorveglianza a tutto campo - non c'era bisogno di una dittatura. Si poteva raggiungerlo anche all'interno di un sistema democratico, senza l'uso della violenza, con metodi civili, se non addirittura pacifisti. Più di quattro secoli fa un giovane francese, Etienne de la Boétie, aveva già incominciato a riflettere su questo tema: nel suo Discorso sulla servitù volontaria, non pago di mettere alla berlina i despoti assoluti del suo tempo, l'autore si rivolgeva soprattutto alle coscienze di chi si adattava alla tirannide: «Sono gli stessi popoli - scriveva - a subire questa piaga, o anzi a farsi male da sé; se solo cessassero di sottomettersi alla servitù, sarebbero liberi. Il popolo si assoggetta, accondiscende alla sua miseria, o addirittura la insegue... Non crediate che un uccello si lasci impaniare, né che un pesce abbocchi all'amo con più facilità di un popolo pronto a farsi allettare dalla servitù, per poco che gli si spalmi un po' di miele in bocca».

Di fatto però, già da tempo non abbiamo più a che fare con la figura del monarca unico, personalmente identificabile e attaccabile, contro cui insorgeva Etienne de la Boétie. E neppure subiamo, come nel libro di Orwell, la tirannia di un Grande Fratello, ma piuttosto il dominio di un sistema simile a quello descritto da Max Weber negli anni Venti del secolo scorso. «L'organizzazione burocratica, con le sue professionalità e specializzazioni, la separazione delle competenze, i regolamenti e i rapporti d'obbedienza in base a una scala gerarchica, sta portando avanti, di concerto con la morta macchina, l'edificazione della struttura, di quel futuro assoggettamento, nel quale forse un giorno gli uomini saranno costretti a inserirsi nella più totale impotenza, come i fellah dell'antico Stato egizio, se per essi l'unico e ultimo valore in base al quale si decida la natura e l'amministrazione dei loro affari sarà un buon sistema - buono e razionale in senso puramente burocratico - di tutela, rifornimento e gestione. Perché in questo la burocrazia è incomparabilmente più efficiente di qualsiasi altra struttura di dominio». Nelle sue previsioni, quella struttura di assoggettamento sarebbe stata «dura come l'acciaio»: ma per quanto chiaroveggente, in questo almeno Max Weber si era sbagliato, dato che nel frattempo la gattabuia si è trasformata in un abitacolo relativamente confortevole, qualcosa come una cella spaziosa ed elastica, dalle pareti di gomma. I nostri sorveglianti arrivano a passi felpati, cercando, per quanto possibile, di conseguire i loro principali obiettivi strategici - sorveglianza a tutto campo e abolizione della sfera privata - senza far rumore. Ricorrono al manganello solo quando proprio non c'è altro da fare. Preferiscono rimanere anonimi; non portano uniformi ma abiti civili; si fanno chiamare manager o commissari, e non operano più in caserme, bensì in uffici con l'aria condizionata.
Nell'espletamento dei loro compiti hanno modi amabili e cordiali. Ai residenti garantiscono la sicurezza, l'assistenza, il comfort e i consumi. Perciò possono contare sulla tacita approvazione degli abitanti, e non dubitano che i loro protetti premeranno con zelo un pulsante invisibile con la scritta «mi piace». Anche su un altro punto l'analisi di Weber appare oggi anacronistica: la sua disarmante fiducia nella forza e capacità d'azione dello Stato. Se a noi questa fiducia viene meno, non è solo perché gli Stati sono incalzati, braccati dai mercati finanziari globali, ma anche perché oggi né Berlino, né Bruxelles e neppure Washington sarebbero in grado di garantire da soli il controllo totale della popolazione; e ciò semplicemente perché i loro funzionari sono troppo sprovveduti e maldestri. Oltre tutto, non riescono neppure a stare al passo con i progressi della tecnologia. Perciò le autorità dipendono dal "mondo economico", cioè dalle corporation dell'informatica.
Solo se le due parti procedono fianco a fianco - i governi da un lato, e dall'altro imprese come Google, Microsoft, Apple, Amazon o Facebook - la presa a tenaglia sulle libertà dei cittadini raggiunge il massimo dell'efficacia. È comunque chiaro che in questa fragile alleanza, il ruolo delle istanze politiche è quello del partner più debole, dato che solo le corporation dispongono delle competenze indispensabili, del capitale e della necessaria manovalanza: informatici, ingegneri, programmatori di software, hacker, matematici e crittografi.

Nel Ventesimo secolo, né la Gestapo, né il Kgb o la Stasi avrebbero neppure lontanamente immaginato i mezzi tecnologici oggi a disposizione: le onnipresenti telecamere di sorveglianza, il controllo automatizzato dei telefoni e della posta elettronica, le immagini satellitari ad alta definizione, i profili di movimento superdettagliati, i sistemi di riconoscimento biometrico del volto; programmi gestiti grazie a stupefacenti algoritmi, memorizzati in banche dati di sconfinata capienza. L'ultimo accenno di reazione, ormai quasi dimenticato, contro lo zelo delle autorità tedesche e delle megaimprese risale al lontano 1983 - un anno prima della data che ha fornito il titolo al romanzo di Orwell.
Un censimento relativamente innocuo suscitò allora un certo allarme, e le denunce di molti cittadini furono accolte dalla Corte costituzionale. Non solo i giudici di Karlsruhe condannarono l'iniziativa del governo, ma istituirono una nuova legge costituzionale sull'"autodeterminazione informatica", a tutela della personalità.
Una sentenza che oggi appare ingenua: di fatto, nessuno ne ha mai tenuto conto. Nella cyberguerra contro la popolazione i sostenitori della riservatezza dei dati sono impotenti, e da tempo hanno gettato la spugna. Su un punto invece - quello dell'evoluzione linguistica - George Orwell ha colto nel segno: la "neolingua" da lui descritta è assurta ormai al rango di gergo ufficiale della sociologia. La Costituzione non piace ai cosiddetti servizi. Distinguerli dai criminali informatici è tutt'altro che facile. Le nuove tessere sanitarie di fatto altro non sono che una card elettronica di censimento delle malattie, facilmente decriptabile da un qualsiasi hacker.
E quanto ai social network, fanno leva sull'esibizionismo dei loro utenti per sfruttarli senza pietà. Un ultimo, molesto residuo di sfera privata è il contante. È dunque logico che lo Stato, di concerto con le corporation, metta in campo un impegno coerente per abolirlo, mediante la proliferazione di carte di credito, client card e altri sistemi di pagamento (tramite telefonia e chip) di prossima introduzione.

L'obiettivo non potrebbe essere più chiaro: esercitare una sorveglianza capillare sulla totalità delle transazioni. A ciò sono interessati, oltre al fisco, i network asociali, il commercio online, gli istituti di credito, la pubblicità e la polizia. Un altro effetto sarà quello di cancellare persino il ricordo della materialità del denaro, ridotto a una serie di dati manipolabili a piacimento. Al solo scopo di completare il quadro daremo infine uno sguardo a un settore collaterale, segnalando i tentativi in atto di abolire i diritti d'autore. Il copyright è una conquista recente, che risale al Diciannovesimo secolo. Fino a quel momento, la lettura di libri era un privilegio riservato a una piccola minoranza.
All'improvviso, il romanzo divenne un prodotto di massa. Gli scrittori si resero conto che grazie ai diritti sulle tiraturee sulle traduzioni, la letteratura poteva essere fonte di guadagni sostanziosi. Purtroppo non hanno avuto molto tempo per stare allegri. Il libro stampato, oggi denominato print, è diventato un modello di fine serie per le maggiori case editrici. Le quali considerano ormai il copyright come un ostacolo, con grande giubilo delle avanguardie digitali. Per questi allegri pirati, l'obbligo di pagare un prezzo per ciò che l'industria informatica definisce content è comunque assurdo. D'ora in poi gli autori, come venivano chiamati, dovranno rassegnarsi a lavorare gratis; in compenso potranno twittare, chattare e bloggare a piacimento.
Nessuno sembra preoccuparsi del fatto che ormai il tempo di decadimento delle tecniche a nostra disposizione varia da tre a cinque anni - lo stesso ritmo dei cicli economici dei grandi gruppi informatici. Mentre un testo su pergamena o carta deacidificata rimane perfettamente leggibile a distanza di cinque secoli o anche di un millennio, i media elettronici devono essere riversati con una certa frequenza per non diventare inservibili dopo soli dieci o vent'anni: un dato che ovviamente collima con lo spirito dei loro inventori.

L'abolizione del libro stampato non è peraltro un'idea nuova. Fu preannunciata nel lontano 1953 da Ray Bradbury, nel suo bestseller (!) Fahrenheit 451, che ne descrive gli sviluppi fino alle estreme conseguenze. In quel racconto utopistico, il possesso di un libro è considerato un crimine e punito con la pena di morte. Nelle loro visioni del futuro i grandi pessimisti tendono a esagerare; ma il fatto di essere confutabili depone in loro favore, e non contro di loro. Ciò è vero sia nel caso di Bradbury e Orwell che in quello di Max Weber. Ovviamente, per saperne di più col senno di poi non c'è bisogno di essere un genio.
A fronte dei pronostici più tetri sorge una domanda, inevitabile come l'amen in chiesa: possibile che non ci sia qualche elemento positivo? La risposta è facile, visto e di grande soddisfazione: tutto ciò che è sopravvenuto grazie alla nostra volontaria servitù non ha richiesto spargimenti di sangue. I «residui del passato» non sono stati liquidati, come Lenin cercò di fare in Russia, ma continuano a esistere.
E ciò per un motivo evidente: la tolleranza dei nostri sorveglianti si basa su un semplice calcolo costibenefici. Sarebbe troppo dispendioso tentare di stanare gli ultimi refrattari, di sopprimere una piccola minoranza caparbia, che per puro e semplice puntiglio si oppone al fato digitale. Ecco perché ci si accontenta di una sorveglianza al 95 per cento. Dunque, non è il caso di farci prendere dal panico: anche perché il restante 5 per cento equivale pur sempre a quattro milioni di persone. E così anche in futuro, chi proprio non potrà farne a meno, potrà continuare a mangiare e bere, amare e odiare, dormire e leggere analogicamente senza preoccuparsi più di tanto, e restare relativamente inosservato.

martedì 3 aprile 2012

Tre volte all'alba

Lui vende bilance, dorme da 16 anni in quella camera d'albergo, e questa notte sarà l'ultima; lei è una bella quarantenne, è pazza e non vive con l'uomo che ama.
Lui è il portiere di notte dell'albergo, una volta ha ucciso un uomo e si è fatto tredici anni di galera; lei ha 16 anni ed è incinta.
Malcolm ha 13 anni, ha appena visto un incendio divorargli la casa e i genitori; Mary Jo è un detective, fra tre giorni andrà in pensione e il suo ultimo compito vuole farlo per bene.
Tre volte all'alba è un intreccio riuscito e impossibile di assenze temporali. Per una di quelle licenze che i libri concedono, Malcolm e Mary Jo si incontrano per la prima e l'ultima volta in tre momenti uguali e diversi delle loro vite. Ogni volta, insieme, troveranno salvezza alle prime luci del mattino.
Storie alla Baricco, insomma. Partorite da un talento narrativo e affabulatorio incontestabile che, signori, mettevelo in testa, direbbe Berselli, da vent'anni non fa "Letteratura di serie B", per dirla alla Pietro Citati, ma "Fiction di serie A".


Molti ricorderanno le diatribe seguite all’uscita del romanzo Questa storia, elegantemente stroncato da Michele Serra con perifrasi magistrali quanto bastonato con sadismo sublime da Citati, il quale si disse disposto a pagare ben volentieri un prezzo altissimo, pur di gustare dei “veri pomodori”, ma non era il caso del Divino Alessandro. Probabile. Baricco non sarà un vero pomodoro, ma nemmeno ambisce ad esserlo: per comodità, in tanti evitano di ricordare quella volta in cui, con rara onestà, dichiarò: “dei miei libri non resterà niente”. L’ha detto, e ciò basti ad assolverlo dai suoi peccatucci di romanziere in fondo frivolo, dalla superficialità insondabile, incapace di prestarsi a seconde letture. Ci sarebbe poi il fatto che Baricco è troppo cool, si mette a fare del cinema sulla Nona Sinfonia, parla di barbari passando da Beethoven a Google, da McEnroe ai vini di Robert Parker con dimestichezza e un’altrettanta, eccessiva agilità; poi vende troppo, per essere considerato un venerato maestro, e quindi guadagna anche troppo, laddove tutti sappiamo che il genio dev’essere necessariamente cencioso ed emarginato, da celebrarsi rigorosamente postumo.


Inappuntabile, applausi, ma sarebbe ingiusto, se non addirittura scorretto, negarne il talento palese e a tratti fulminante.
Innazitutto Baricco si ama o si odia, e sempre per i motivi sbagliati. Lo adorano per le storielle inverosimili, la prosa scorrevolissima, le stramberie dei personaggi come Plasson, pittore che dipinge il mare con l’acqua di mare dando perciò i brividi, e altre fregnacce simili. Di contro lo si disprezza per le idee campate in aria, la prosa soggetto-verbo-punto, la prolissità compiaciuta, la prepotenza del suo “Io in posa”, come lo definì Daniele Luttazzi, per non parlare degli a capo e i corsivi fini a se stessi se non a un’estetica che nelle intenzioni dovrebbe racchiudere la verità baricchiana ultima e indivisibile: io sono, voi non siete.
Si è sempre avvertita, palpabile, nella sua produzione, l’idiosincrasia per le masse da ammaliare a suon di best-sellers e soggiogare col complesso di inferiorità nei confronti di una letteratura alta, la sua, che non è alta e non è neppure letteratura, ma che riesce sempre a convincere tutti di essere l’una e l’altra. Clamorosamente.


Tre volte all’alba racchiude, rielaborandolo nella digestione, tutto il Baricco precedente, rivelandone un’insperata nuova linfa dopo le deprimenti debacle di Emmaus e Mr. Gwyn. Quest’ultimo ci mostrava un Baricco inedito, più esile e senza svolazzi troppo irritanti, attento a non cadere in voragini terribili ma, putroppo, parimenti privo dei picchi straordinari di altri suoi libri, tanto traballanti e annichiliti quanto coerentemente irrisolti: era ormai un Baricco senza Baricco, intristito e inutile, la cui creatura più prescindibile, Jesper Gwyn, accennava a un’opera di uno scrittore fittizio, dal titolo (appunto) di Tre volte all’alba. Un’eco suggestiva che da pozzanghera si è fatta mare, obbligando l’autore a tuffarcisi per riemegerne, pochi mesi dopo, con questo libriccino di novanta pagine che, udite udite, sono quanto di meglio abbia scritto Baricco dai tempi di Novecento: non così geniale e memorabile, e con appena un paio di perle, ma come questo maturo, essenziale, compiuto.
E pazienza se le tre ore di lettura godereccia trascoloreranno in fretta nel ricordo, come capita ai piaceri effimeri nel lenire il mal di vivere quotidiano. Piccole allegrie di ieri, che domani sono già finite.

venerdì 2 marzo 2012

Fenomenologia di Germano Mosconi

Solgo ritenermi agnostico per tre motivi:

1) sono pigro
2) non si sa mai
3) esserlo dà diritto a smadonnare spesso e per qualsiasi inezia, scevri di qualsivoglia senso di colpa

(le argomentazioni a supporto della tesi al punto 3) dovete trovarle voi. Personalmente l'ho desunta dal Maestro)

Germano Mosconi era, probabilmente, io non lo so perché ai tempi della cavalcata dell'Hellas manco c'ero, un ottimo professionista. Classe, dizione giusta, aplomb impeccabile. Me lo immagino a fare radiocronache con voce sobria, scandendo bene ogni singolo lessema, elegantissimo e sideralmente distante dai Compagnoni, i Caressa, i Pellegatti, e tutti quei volgari baciapile dal talento consono a raccontare il calcio di oggi.

Poi i video. Le bestemmie remixate. Le querele ai divulgatori. La popolarità.
Mosconi non avrebbe mai voluto essere ricordato, credo: figurarsi così, e ciò mi pare fuor di dubbio ("fuor di dubbio": mah). 
Quindi i record di accessi, le citazioni, le parabole mitologiche nate in seguito ne avevano decretato la portata messianica. Era diventato, suo massimo sconcerto e malgrado, un guru della sotto-cultura giovanile. Esagerato? Può darsi.

Edmondo Berselli è stato l'unico, fra i critici e gli intellettuali (veri o presunti), ad analizzare fenomenologicamente la produzione musicale degli 883. Dedicandovi l'intero capitolo finale di un suo libro (straordinario, come tutto ciò che Berselli scriveva), "Canzoni - Storie di un'Italia leggera". Va da sé che è un libro da leggere assolutamente, quindi non vi anticipo nulla se non lo stretto necessario. 
Il capitolo era "Il 'fast-tought' di Max Pezzali". C'è pure Michele Serra quand'era ancora Michele Serra. 
Il fatto è che laddove l'intera critica musicale si era affrettata a bollare gli 883 quale mera operazione di marketing, volgare e inutile, Berselli, forte di un'ineguagliabile libertà intellettuale, ne aveva enunciato la portata, se così vogliamo chiamarla, filosofica. Gli 883 erano il canale che dava senso, forma e decibel alla filosofia di quella nuova classe sociale che era, ed è, non proletaria ma neppure borghese. Quella, per capirci, immensa e derelitta che il Governo Monti sta contribuendo a distaccare paurosamente da una cerchia vieppiù ristretta di privilegiati. Parlando di "Se tornerai", Berselli acutamente scrive: "Accidenti, ma questa non è noia, non è insofferenza, non è cretineria giovanile: sembra addirittura dolore". Concludendo che "il bozzettismo post di Pezzali non è più solo l'espressività di un marginale, ma è l'unica creatività praticabile all'interno della nuova classe - la non più borghese-né proletaria -, composto sociale diverso ma sovrapponibile alla sua matrice di mezzo secolo fa".

Ecco (Genio totale, Berselli, scusatemi). Gli 883 sono durati quel che son durati. Pezzali (secondo Berselli "il miglior costruttore di parole oggi vivente", e già condivido molto meno) è ridotto male, fisicamente e artisticamente trapassato, mutato come mutata è quella fetta di  popolazione sommersa. E, certamente, anche la massa giovanile è cambiata, sempre più incredibilmente sola, vuota e incompresa. 
Solitudine, vuotezza e incomprensione che devono trovare uno sfogo, uno sbocco plausibile e palesemente estraneo alla metafora artistica: i Soliti idioti, per stare ai fatti recenti, e il "marketing del porcone" assolutamente sdo-ga-na-to in eterno dai divulgatori dei dietro le quinte mosconiani.

I giovani, fortunatamente, non vanno in chiesa (anche se continuo a chiedermi se non fosse meno orrendo il timore di dio, rispetto alla soggezione al Mercato). Non si pongono, credo, neppure il quesito inutile sull'esistenza di dio. Anticlericali per ovvietà, e non poiché hanno letto  Caino di Saramago. Eppure è evidentemente palese il bisogno di additare a qualcosa, qualcuno, il loro malessere. Qualcosa di astratto, ma di innata stronzaggine. Visto che pure la fantasia se n'è andata, chiamiamolo dio. E porconiamolo di continuo, come continuo è il nostro dolore. 

Una sinossi dozzinale, ma, per concludere, credo converrete con me che un professionista del genere, passato agli annali e letteralmente idolatrato per i suoi smadonnamenti, sia entrato a far parte della cultura italiana (in quanto sommo esempio di bestemmiatore presso la sotto-massa giovanile) non a caso.

Parafrasando Berselli, si può tranquillamente dire che Mosconi ha dato voce a una generazione, e che l'"ateismo mosconiano" (di cui I soliti idioti sono affluenti) sia l'unico slancio creativo praticabile all'interno e nei confronti del vasto e incommensurabile pubblico dei giovani e giovanissimi. 

Orfani di tutto, fuorché, forse, di un dio in carne ed ossa che non risorgerà.

giovedì 1 marzo 2012

Vuoto

Se n'è andato un artista impareggiabile.

E anche Dalla mancherà tanto.


Ciao Germano.

Ciao Lucio.

martedì 28 febbraio 2012

The wind that shakes the barley

Rodersi, rassegnarsi, rincoglionirsi: se esistono altri motivi per avallare il governo Monti, chiedo scusa, io non ne vedo. Riprendo, non a caso e parafrasandolo, l’incipit di uno storico articolo di Giorgio Bocca su Vigevano, risalente al 14 gennaio 1962; Vigevano all’epoca uno degli emblemi del “boom economico” sulla cui mortifera assimilazione poggia gran parte delle odierne catastrofi, ma verso il quale, ai tempi, soffocati dalle multiorgasmiche grida del popolo, sporadici e irrisi furono i pensieri critici, urticanti e ferocemente contrari di devastanti profeti . 
Erano quattro cani, come nella canzone di De Gregori: Bocca, Pasolini, Gaber e Luporini. Loro e basta, più o meno e a giudicare da quanto ci hanno lasciato. Dal sigillo di Bocca sul modello economico imperante, genialmente fotografato nell’incipit di cui sopra (“fare soldi, per fare soldi, per fare soldi”); alla proliferazione dei piccolo borghesi che, cantava Gaber in “Quando è moda è moda”, offrivano champagne per fare i generosi; fino a una delle chicche pasoliniane: la mutazione antropologica di un intero paese che, misero e retrogrado, si era improvvisamente ritrovato ricco, sfavillante e fuori di testa come una famiglia contadina di colpo divenuta miliardaria, prima timorata di Dio e ora schiava della Dittatura del Mercato.
Ho appreso del pezzo di Bocca – lo dico onde non apparire un mero paninaro - grazie a un altro grandissimo che se n’è andato da un po’ e bisognerà riscoprire, Edmondo Berselli. Bene. Ora, presente anche lui all’appello, veniamo al dunque: cosa avrebbero detto, in questi giorni, i Bocca, i Gaber e i Luporini, i Pasolini e i Berselli? E soprattutto: la mia è una domanda pertinente, o il tarlo di uno che ha tanto tempo e pure il lusso di sprecarlo?
In troppi, sembra ieri, scendevano nelle piazze a inebriarsi come dinnanzi a inattese porte celesti grondanti speme sui cardini della Libertà. Usciva di scena un farabutto, un buffone tetro e inaccettabile, un rifiuto umano d’ineguagliabile successo, capace di rappresentare al meglio il peggio (anzi, la normalità: Montanelli era ottimista) degli italiani: saliva quindi sul proscenio Mario Monti, suggerito al Re Napolitano dall’illustre predecessore (GOAT fra gli italici governanti). Al che, nel trovarsi di fronte un barone plurilaureato, occhialuto, senza alopecia e con mono-passera al seguito da quarant’anni, il popolo italiano -arcinoto per arguzia e scaltrezza- non ha potuto far altro che volare in alto, sbrodolando sogni di rock ’n’ roll e Democrazia. “Finalmente uno che ne sa, rispettabile e intoccabile; un orsetto dolce, dotto e canuto!” - sempre logico e lungimirante, l’italiano medio. Poi vennero le lacrime perfettamente calibrate della Fornero: “si vede che è una donna, che ha cuore, che ha letto Erica Jong: finalmente un palliativo femminista più efficace delle solite quote rosa!!”. Lacrime utili ad annacquare gli orrori sui quali i nostri tecnici, da quella indimenticabile e riecheggiante conferenza-stampa, stanno alacremente operando.

Si parla sempre, da anni, delle leccate di Emilio Fede al fu signor B. (di cui restano fulgida testimonianza i minuti iniziali di Aprile di Nanni Moretti). Ma in fondo quella era robetta facile da decrittare: ci sarebbe arrivato qualsiasi idiota (non italiano), all’agnizione della disfatta incombente su di un paese irredimibile financo da Padre Maronno. 
Una disfatta che, per quanto manifesta e perpetrata allo scoperto, venne preannunciata dalla solita mezza dozzina di anti-italiani, da Bocca a Montanelli, da Moretti a Luttazzi, e ancora e sempre da Luporini e Gaber, la cui compagna tifava spasmodicamente e incredibilmente per B. (“mia moglie crede che Berlusconi possa risolvere i problemi del paese: io NO”). Una disfatta che, nonostante residui di epiche epoche passate non mancassero di persistere, -si pensi al Caimano di Moretti o  alla relativamente recente invocazione di un golpe di Alberto Asor Rosa- , ha permesso alla metastasi berlusconiana di attecchire per  17 tremendi e interminabili anni, prima che non Noi, non il popolo bue, e bensì l’Europa al cui guinzaglio agonizziamo, decidesse di destituire il ducetto e indurlo a dignitosissime dimissioni alla facciaccia nostra.
Ora è accaduto di peggio. La iattura inattesa è giunta e in pochissimi se ne avvedono: non solo non è cambiato nulla, ma la vera barbarie di questo nuovo regime totalitario deve ancora palesarsi e, soprattutto, manca un ingrediente fondamentale per la Resistenza: l’intellettuale, possibilmente geniale, capace di scritti corsari folgoranti e disumani. 
Di qui un altro problema, ovvero l’assenza di un giornalismo vero che non sia schifosamente connivente: l’armata di Scalfari & Serra si concede senza se e senza ma, appoggiando a prescindere Monti così come il peggior partito d’opposizione di tutti i tempi (e Scalfari, uno che saprebbe ancora essere un maestro, ha addirittura denigrato le lagne plebee per l’indifferenza oligarchica riservata ai referendum); sul Corriere della Sera, specie alla luce dell’acquisizione spagnola e lo spadroneggiare spavaldo dei Battista e i Polito, sorvoliamo amabilmente; La Stampa non esiste; i giornali di B. preparano (male) il terreno al futuro Presidente del Consiglio. Rimane il Fatto Quotidiano, il quale pure ha mollato un po’ la presa negli ultimi tempi: nonostante alla vista di sponsorizzazioni Unicredit venga da pensare, il meglio dell’intelletto in direzione ostinata e contraria viene da lì: Travaglio, Massimo Fini, Malcom Pagani, Flores d’Arcais e, ogni tanto, Andrea Scanzi. 
Qualcuno quindi c’è, si dirà. E allora cosa manca, per aprire tutti gli occhi sulla gravità di questo sconcertante futuro e indignarci davvero (senza sbobinare peti su facebook)? Risposta ovvia: manchiamo noi; il nostro interesse ad approfondire le cose e a impegnarci, a studiare davvero e non per ingranare CFU irridenti, ad ascoltare senza dover per forza dar aria alla bocca. Manca un’idea di impegno, a cui negli anni siamo stati disabituati a puntino per mezzo di riforme volte a divellere dalle fondamenta la Scuola di un tempo, troppo seria e quindi fascista. Manca, soprattutto, la consapevolezza di non avere niente da perdere: né il presente, né tantomeno un futuro.
Ve lo ricordate Gramsci, no? Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Ecco, qui si deve scegliere: o rassegnarci e tacere per sempre, o essere onesti e ammettere che nessun futuro radioso meriterebbe la nostra lugubre sottomissione, figurariamoci questo. Bisogna quindi ribellarsi sul serio, essere disposti ad arrivare fino in fondo come Milton, come Johnny, o come il protagonista di “The wind that shakes the barley”  di Ken Loach, il medico-partigiano Damien, granitico e irriducibile nel disprezzare la fittizia libertà concessa all’Irlanda dal Trattato Anglo-Irlandese del 1921 e per questo fucilato da suo fratello, finto buono come ce ne sono tanti, convinto sostenitore del presunto meno-peggio incarnato da una pace inedita e cruentissima nella sua celata, inafferrabile e soverchiante violenza. Il film si chiude così, con la fucilazione dell’eroe e la vittoria dei repubblicani (alla Michele Serra). La tristezza regna sovrana e quell’ultimo sacrificio parrebbe davvero inutile, non fosse ancora viva e vegeta l’utopia sottesa a quel viaggio al termine della notte.
Banale, mi si dirà, ameno e inconcludente. Ancora a parlare di utopie condivise, sii icastico. Proponi una soluzione. Io, da minorato mentale, una risposta credo di averla, ed è, anch’essa, tanto ovvia quanto irrealizzabile poiché richiede impegno e dedizione totale: il Boicottaggio. Di ogni singola forma mediatica, politica, socio-economico-istituzionale che da anni ci tiene per i capelli e sta rapidamente insinuandosi in zone ben più dolorose. Significa non comprare più i giornali di cui sopra; significa gettare il televisore dalla finestra come quell’interista entrato negli annali; significa smetterla di vestirsi, mangiare, “vivere” in un certo modo, ingombrando a dismisura il conto in banca di Zuckerberg e svuotando la Strada. Gaber cantava: “c’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza – bisogna ritornare nella strada per conoscere chi siamo”. Capiamole, queste due cose, e avremo la nostra utopia. La stessa utopia, capace di generare i quattro cani di cui sopra, oggi sterile come feconda è la madre degli stolti dall’occhio bovino.
Bisogna quindi ridestarne il seme, dare vita a nuovi orizzonti. Che si allontaneranno sempre, e i piedi ci faranno male, ma sarà bellissimo tornare a camminare.

domenica 22 gennaio 2012

Hai detto E' tutto quel che hai di me

"Fabrizio De André si circondó di collaborazioni, quindi ció che é ascrivibile a lui non é la gran parte del suo lavoro"


Francesco De Gregori, Start Radiouno, 10/12/2011


Per quanto verissima (e documentata), la carognata era l'ultima cosa che rimaneva da dire al Principe.