sabato 29 settembre 2012
Regalo Iphone 5
A chi dia la motivazione più plausibile della sua esistenza. E della propria.
giovedì 7 giugno 2012
Cotto e sfrangiato
Masterchef Italia è stata una piccola rivelazione. Non pochi
i difetti, a partire da quel vezzo particolarmente mesto di cogliere nel modo
più gretto, grandefratellesco, le più inveterate bassezze umorali dei
protagonisti, dal chiagne e fotte allo sputacchio di fiele nei confronti del
lecchino di turno adorato chi da Cracco, chi da Barbieri, chi addirittura da
Bastianich; per non parlare dell’innaturalezza palese dei tre giudici, le cui
frasi spezzate lette, presumibilmente, da un gobbo predisposto da Paulo Coelho,
hanno sovente seminato ilarità. Bei momenti disseminati un po’ ovunque, uno su
tutti l’aver portato migliaia di appassionati di alta cucina, spesso dilettanti
in tale nobilissima arte in catastrofico disuso – ci metto anche il
sottoscritto -, nel tempio di Gualtiero Marchesi, con quei suoi piatti ispirati
all’arte pop che se siano buoni quanto commoventi lo sa solo Dio, ma ragazzi:
che goduria catodica.
Quello che è affascinante, e al contempo estremamente pericoloso, in Masterchef, è l’aver avvicinato in modo vagamente furbetto, ma riuscito, il dilettantismo talentuoso dei concorrenti alla spocchia pluristellata di Cracco e Barbieri. E forse “affascinante” è dire poco, sarebbe forse meglio parlare di una dirompente, eversiva boccata d’aria fresca, tale da sfaldare l’insipido muro dei seriosi della forchetta: di quelli che assaggiano un piatto un po’ strano, con abbinamenti fra noci caramellate e riduzione di patate viola con pene di piccione a mo’ di banderuola, e fanno la faccia dell’intellettuale che finge benissimo di non annoiarsi mentre legge Sartre, terminando l’assaggio con il folgorante evergreen salvagente per quando non si ha nulla da dire: “interessante”.
Il collegamento sorge lampante col mondo del vino. Dacché la
tesi necessariamente infondata di quanto sèguito a scrivere è che gli chef,
dopo l’investitura mediatica a nuovi guru inavvicinabili al normo-palato di
massa, abbiano preso il posto un tempo occupato dai sommelier. Quelli che
ancora oggi, appena appena minati nella loro tronfiezza, perseverano sbrodolosi
a buttare lì sentori di “chiodi di garofano” e “merde de poule”, “pan-briochato”
i più terra-terra. Lo strepitoso mostro partorito dalle farneticazioni
olfattive dei suddetti era stato Antonio Albanese, che dopo infinite inalazioni
iperboliche partoriva un verdetto apodittico: “E’ rosso”.
Il pericolo, si era detto. Il pericolo è che questo format,
capace di amalgamare sacro e profano gastronomico, possa legittimare, stavolta
senza il benché minimo sorriso, quell’archetipo di mediocrità incorporato da
Benedetta Parodi. Che è per gli chef ciò che Antonio Albanese è stato per i
sommelier, al netto della vis comica.
Benedetta Parodi assolve dai loro peccati le pasionarie del
Mc Donald’s con prole al seguito, delle pizze Regina cotte al microonde, con l’acqua
che elimina l’acqua ad accompagnare; ci dice che tutti hanno diritto a mangiare
ogni santo giorno cose elaboratissime pur senza avere il tempo di farle per
bene: non importa preparare un brodo di verdure se ci sono i dadi col
glutammato; il risotto coi funghi lo si può fare benissimo con i funghi
surgelati, magari già cotti, si sa, son secondi che sfuggono; signoreggia e
soverchia la pasta pronta e ricolma di porcherie.
Una questione di velocità, di comodità, la vita non s’arresta un’ora. La battaglia è già compromessa, la guerra finita. Da tempo. Lo si è visto da Fazio, la Parodi a confronto con Cracco: lui fighetto, lievemente altezzoso, sensato, a parlare di “cultura del cibo”, di meno quantità e più qualità; lei indesiderabile, sciatta, a sciorinare la solita solfa della donna che tra figli e lavoro non ha il tempo di fare il brodo con le verdure, e allora è costretta ad acquistare le più invereconde schifezze pronte sugli scaffali degli ipermercati, propalando la schiccheria sottesa per cui un sano e meraviglioso spaghetto aglio e olio non si può fare, giacché è indecoroso. Cercatelo, quel filmato, in cui Cracco perde sonoramente massacrato dagli uppercut della mistress di casa Caressa. Con la beffa, a ogni pugno incassato, di sentirsi dire “Sì, lo so che hai ragione, però…”. Però.
In quell’epifania infantile sovviene, parafrasando Camus, il germe dell’apocalisse che sarà, dove pochi eletti seguiteranno a cibarsi dispendiosamente come da diktat cracchiano, mentre tutti gli altri periranno nel marcio markettato del pressapochismo di stampo parodiano.
Una questione di velocità, di comodità, la vita non s’arresta un’ora. La battaglia è già compromessa, la guerra finita. Da tempo. Lo si è visto da Fazio, la Parodi a confronto con Cracco: lui fighetto, lievemente altezzoso, sensato, a parlare di “cultura del cibo”, di meno quantità e più qualità; lei indesiderabile, sciatta, a sciorinare la solita solfa della donna che tra figli e lavoro non ha il tempo di fare il brodo con le verdure, e allora è costretta ad acquistare le più invereconde schifezze pronte sugli scaffali degli ipermercati, propalando la schiccheria sottesa per cui un sano e meraviglioso spaghetto aglio e olio non si può fare, giacché è indecoroso. Cercatelo, quel filmato, in cui Cracco perde sonoramente massacrato dagli uppercut della mistress di casa Caressa. Con la beffa, a ogni pugno incassato, di sentirsi dire “Sì, lo so che hai ragione, però…”. Però.
In quell’epifania infantile sovviene, parafrasando Camus, il germe dell’apocalisse che sarà, dove pochi eletti seguiteranno a cibarsi dispendiosamente come da diktat cracchiano, mentre tutti gli altri periranno nel marcio markettato del pressapochismo di stampo parodiano.
Ma la colpa è nostra. Di noi uomini, si intende. Le donne si
sono emancipate, sono felici, paiono non avvertire più il desiderio di spendere
il loro tempo in qualcosa di davvero prezioso come la preparazione di una magia
conviviale irripetibile. Vanno capite, sono impegnate e in carriera, hanno
voglia di riscatto e non c’è di che ironizzare. Ci sono le riunioni, le
promozioni, i successi. Tutte cose che si pensava potessero stimolare solo la
serotonina maschile. Forse eravamo tutti in errore. Forse sarebbe il caso, quindi,
per una volta, di prendere in seria considerazione l’idea di assumere il ruolo
un tempo appartenuto alla donna: restare a casa, ad accudire i figli, educandoli alle cose belle. Alle cose buone. E’ sufficiente mettere da parte qualche
retaggio millenario, ma gli uomini sono forti. Possono farcela. Si impegnino, e
stiano loro tra quattro mura amiche e rassicuranti, a dividersi tra il basket
di Fabio e il saggio di danza di Sara, a passare ore davanti ai fornelli
sognando isole tropicali infestate da formidabili veneri nere. Fermare l’apocalisse si può.
giovedì 10 maggio 2012
Sarà una bella società
Selvaggia Lucarelli, bella e genialoide twitter-guru con un seguito di 78.000 followers, alcuni giorni fa si è così espressa sul proprio account
Twitter: “Dietro
l'addio di certi Vip su twitter (Fiorello &co), c'è un fatto banale:
Twitter li ha pagati per lanciare Twitter e poi non ha rinnovato il contratto.”. Ingenuamente schifata la replica di un segugio
della Lucarelli: “se fosse vera questa
notizia sarebbero SQUALLIDI!”. Ma la blogger redarguisce alla vecchia
maniera: “perché squallidi?Twitter è
un’azienda, mica un ente benefico, e se vuole testimonial li paga.”. Oh,
là. Finalmente qualcuno, fra gli dei del Monte Twitter, si è caricato sulle
spalle il fardello, assai gravoso, di riassestare illusioni patetiche: ovvero
che dietro l’attiva partecipazione di taluni V.I.P. sui due maggiori (un)social
network della Rete potesse celarsi il desiderio di sviluppare un rapporto diretto,
persino intimo, con i rispettivi fans. A smuovere tali V.I.P. grandi come
coriandoli sarebbe stata invece la solita, infinita dose del più abietto e
immotivato narcisismo, ma soprattutto una quantità, al momento incalcolabile,
di denaro sonante. Rivelazione sconcertante e inattesa, ne converrete tutti.
La Lucarelli, da persona intelligente qual è,
ha utilizzato una parola precisa, fondamentale per comprendere le dinamiche
regolatrici delle piattaforme sociali (invero molto piatte e poco sociali, come
certe insopportabili babbione): “azienda”. Se vi siete mai chiesti per quale
motivo Facebook e Twitter siano gratuiti e sempre lo saranno, o da dove provengano
i miliardi atti a rendere Mark Zuckerberg il trentacinquesimo uomo più ricco
della Terra secondo Forbes, siete
entità raziocinanti e vi sarete di certo dati, marzullianamente, una risposta.
Che è tanto semplice quanto grottesca: tutti coloro che decidono di servirsi
regolarmente di Twitter e Facebook, non importa se smodatamente o con un minimo
di buon senso, sono null’altro che lavoratori dipendenti, inconsapevoli e non
retribuiti dei dominatori del Mondo; dei grandi marchi, degli stilisti indebitati
fino al midollo, delle banche d’affari che fanno crollare paesi come la Grecia,
insomma, dei signori del mercato globale, post-capitalista e nichilista. Il
meccanismo è banalissimo. Esempio: Mick Jagger posta sul profilo Twitter una
foto in cui indossa la nuova maglietta di una certa azienda d’abbigliamento: il
giorno dopo, quella stessa azienda, proprio di quella maglietta venderà cinque
milioni di esemplari. Senza sforzo né dolo, e con il solo Jagger a libro paga. Intuizione
luciferina, sulla quale oggi, e purtroppo non è una battuta, si reggono le
sorti del nostro pianeta, globalizzato e no.
Le ragioni di tale deriva dei social network,
votati ora unicamente al marketing, andrebbero ricercate scavando nell’ontologia
dei social, delle community e dello stesso Internet. Compito da intellettuali,
se solo gli intellettuali di pregio ancora in vita non fossero troppo distanti
o troppo irresponsabilmente coinvolti dalle meraviglie del Web, nonché collusi
con le sue nefandezze. C’è poi chi si compiace di essere fuori tempo, alimentando
inutile tecnofobia che va solo a vantaggio dei padroni. Poco tempo fa, disteso
sulla sua amaca, attingendo un Long Island presumibilmente da uno chiccoso
bicchiere a forma di Lenin con tanto di baffi, Michele Serra, ridestatosi dal
torpore pomeridiano al grido de “la rivoluzione non dorme mai!”, tuonò dalle
pagine di Repubblica: “Twitter mi fa
schifo”. Seguirono appoggi e contestazioni
tecnofile da tutte le parti, alle quali Serra rispose con una lieve rettifica
in cui motivava la tautologia di cui sopra avanzando da un fatto tecnico: i 140
caratteri di Twitter, secondo lui, sarebbero troppo pochi per esprimere decentemente
pensieri complessi o addirittura compiuti. Ahinoi, non è nel numero di caratteri
disponibili, il problema. Anzi, a dirla tutta, è proprio nella scarsità di
spazio a disposizione che emerge il lato più oggettivamente intrigante di
Twitter: il suo essere per molti versi una palestra di scrittura, dove
condensare, smussare, asciugare al massimo, un aforisma o una battuta satirica;
implementandone addirittura la portata comica, come nel caso di questo
brillante twit di un noto e talentuoso
blogger, QdG, che il 5 marzo 2012, dopo le primarie del centrosinistra a
Palermo, scrive 75 caratteri di puro genio : “la sconfitta della Borsellino dimostra che Bersani indigna più del
tritolo.”
Il problema è altrove. Magari, per cominciare,
nel nome e nel ruolo conferito agli iscritti dei due portali. Gli utenti
Facebook si scambiano l’amicizia (si fa per dire); quelli di Twitter diventano
followers, ovvero, letteralmente, seguaci di qualcun altro, che nove volte su
dieci è un V.I.P. Impossibile non intravedere già in tali premesse una sottomissione
del popolo di Twitter alla dittatura delle celebrità, dei loro silenzi, della
loro spocchiosa indifferenza che, per le leggi immutabili dell’idiozia umana,
li rendono ancor più desiderabili agli occhi della plebe. Di questa moltitudine
Facebook e Twitter veicolano, seppur in forme vagamente differenti, le stesse,
flebili manifestazioni: indignazioni, speranze, gusti
cultural-musical-politici, aneliti malcelati alle più sfrenate e disinibite
soddisfazioni sessuali; in una guerra planetaria a chi è più anticonformista e
scandaloso, e quindi più conforme, innocuo e asservibile. Se tuttavia è vero,
come è vero, che Twitter avanza inarrestabile verso il trono dei social
network, ci sarà di che rimpiangere il dominio di Facebook, non-luogo che
quantomeno si proponeva di allargare i cerchi relazionali abbracciando in una
finta fratellanza individui sconosciuti sì, ma parigrado. Twitter, invece, sin
dall’inizio si è imposto poggiando efficacia e consensi sulla più arcaica e
schiavistica delle strutture piramidali, dove in cima, sui loro scranni celesti,
stanno i V.I.P., quasi tutti tanto privi di talento quanto strapagati, mentre
alla base milioni di followers adulano e carezzano, mai corrisposti, l’idolo di
turno, sempre intento a trastullarsi in onanismi egoriferirti: Alessandro
Baricco che scrive in spagnolo giacché l’italiano fa poco figo; Fabio Volo
mugugnante la sua ansia prima del flop in tivù o in radio (dove ammonirà i
followers scandendo “non rompetemi le palle”); Alfano e Casini prodighi di
bacetti pre- e post-inciucio elettorale dai relativi profili-sputacchiera. Questa
è la cifra di Twitter: il pettegolezzo, il voyeurismo, la fatuità suprema,
estrema e insostenibile. Caratteristiche preoccupanti e decisamente da esecrare
per aver tradito quell’ideale di socialità e coesione fra individui uguali che
è, o dovrebbe essere, teoricamente sotteso ad ogni social network; un
tradimento attuato ingigantendo fra gli utenti la già fallace percezione di un’intimità
inesistente con gallinelle appollaiate su vertici irraggiungibili, e al
contempo abbattendo ogni reale spiraglio possibile di dialogo, solidarietà e
democrazia. Il problema ultimo è quindi la degenerazione di questo
cortocircuito tremendo, che va immediatamente risolto. Ma come?
Ennio Flaiano, nella Filosofia del rifiuto contenuta nel suo Diario degli errori, ci risponderebbe che è preferibile dire No a
tutto ciò che può ritorcersi contro di noi: anche a Twitter; per quanto lui
stesso, forse, sarebbe stato un formidabile twitter-guru, non meno di Oscar
Wilde o Gesualdo Bufalino. In ultima analisi bastererebbe, nei confronti di
questi V.I.P. che a uno a uno molleranno Twitter, compiere un’ultimo balzo conformista
e idolatrante da strenui seguaci dei loro cinguettii: emulare dapprima i
Fiorello, e poi quelli che inevitabilmente seguiranno (come l’irrinunciabile
Michelle Hunziker), nell’abbandono del social network più fascistoide mai
concepito; nel ripiego sereno verso l’incasinato eremo quotidiano; nel ritorno
esclusivo alla realtà vera, eccitante e crudele, mortale e salvifica, dove
guardarsi finalmente negli occhi, tutti insieme su questa misera barca, mentre
prendiamo acqua da tutte le parti. Per costruire la nostra zattera di pietra. Prima
che sia troppo tardi.
lunedì 9 aprile 2012
Un articolo straordinario
Hans M. Enzensberger
"Un uomo lungimirante, questo Eric Blair, meglio noto con lo pseudonimo di George Orwell. Uno che di regimi totalitari se ne intendeva, assai prima che il termine entrasse a far parte del lessico degli storici. Uno che nel 1943, quando Stalin, Churchill e Roosevelt si incontravano a Teheran, già vedeva profilarsi l'antagonismo tra le superpotenze e la guerra fredda.
Qualche anno dopo la Seconda guerra mondiale Orwell pubblicò il suo più celebre romanzo, 1984. Il futuro che vedeva all'orizzonte non gli piaceva. Dipinse il panorama infernale di un regno del terrore nel bel mezzo dell'Europa, che in un futuro non lontano avrebbe perfezionato i metodi di Stalin e di Hitler: un partito unico ai comandi di un "Grande Fratello"; una "neolingua" ideata per capovolgere il significato delle parole; l'abolizione della sfera privata; un regime di sorveglianza a 360 gradi, rieducazione e lavaggio del cervello dell'intera popolazione, e infine un'onnipotente polizia segreta per soffocare sul nascere qualunque tentativo di opposizione, con la tortura, i campi di concentramento e l'assassinio.
Fortunatamente quella profezia non si è avverata, almeno per quanto attiene alla nostra parte del globo: con essa George Orwell ha ingannato sia noi che se stesso. Ma non avrebbe immaginato neppure in sogno che per ottenere almeno in parte quel risultato - e in particolare un sistema di sorveglianza a tutto campo - non c'era bisogno di una dittatura. Si poteva raggiungerlo anche all'interno di un sistema democratico, senza l'uso della violenza, con metodi civili, se non addirittura pacifisti. Più di quattro secoli fa un giovane francese, Etienne de la Boétie, aveva già incominciato a riflettere su questo tema: nel suo Discorso sulla servitù volontaria, non pago di mettere alla berlina i despoti assoluti del suo tempo, l'autore si rivolgeva soprattutto alle coscienze di chi si adattava alla tirannide: «Sono gli stessi popoli - scriveva - a subire questa piaga, o anzi a farsi male da sé; se solo cessassero di sottomettersi alla servitù, sarebbero liberi. Il popolo si assoggetta, accondiscende alla sua miseria, o addirittura la insegue... Non crediate che un uccello si lasci impaniare, né che un pesce abbocchi all'amo con più facilità di un popolo pronto a farsi allettare dalla servitù, per poco che gli si spalmi un po' di miele in bocca».
Di fatto però, già da tempo non abbiamo più a che fare con la figura del monarca unico, personalmente identificabile e attaccabile, contro cui insorgeva Etienne de la Boétie. E neppure subiamo, come nel libro di Orwell, la tirannia di un Grande Fratello, ma piuttosto il dominio di un sistema simile a quello descritto da Max Weber negli anni Venti del secolo scorso. «L'organizzazione burocratica, con le sue professionalità e specializzazioni, la separazione delle competenze, i regolamenti e i rapporti d'obbedienza in base a una scala gerarchica, sta portando avanti, di concerto con la morta macchina, l'edificazione della struttura, di quel futuro assoggettamento, nel quale forse un giorno gli uomini saranno costretti a inserirsi nella più totale impotenza, come i fellah dell'antico Stato egizio, se per essi l'unico e ultimo valore in base al quale si decida la natura e l'amministrazione dei loro affari sarà un buon sistema - buono e razionale in senso puramente burocratico - di tutela, rifornimento e gestione. Perché in questo la burocrazia è incomparabilmente più efficiente di qualsiasi altra struttura di dominio». Nelle sue previsioni, quella struttura di assoggettamento sarebbe stata «dura come l'acciaio»: ma per quanto chiaroveggente, in questo almeno Max Weber si era sbagliato, dato che nel frattempo la gattabuia si è trasformata in un abitacolo relativamente confortevole, qualcosa come una cella spaziosa ed elastica, dalle pareti di gomma. I nostri sorveglianti arrivano a passi felpati, cercando, per quanto possibile, di conseguire i loro principali obiettivi strategici - sorveglianza a tutto campo e abolizione della sfera privata - senza far rumore. Ricorrono al manganello solo quando proprio non c'è altro da fare. Preferiscono rimanere anonimi; non portano uniformi ma abiti civili; si fanno chiamare manager o commissari, e non operano più in caserme, bensì in uffici con l'aria condizionata.
Nell'espletamento dei loro compiti hanno modi amabili e cordiali. Ai residenti garantiscono la sicurezza, l'assistenza, il comfort e i consumi. Perciò possono contare sulla tacita approvazione degli abitanti, e non dubitano che i loro protetti premeranno con zelo un pulsante invisibile con la scritta «mi piace». Anche su un altro punto l'analisi di Weber appare oggi anacronistica: la sua disarmante fiducia nella forza e capacità d'azione dello Stato. Se a noi questa fiducia viene meno, non è solo perché gli Stati sono incalzati, braccati dai mercati finanziari globali, ma anche perché oggi né Berlino, né Bruxelles e neppure Washington sarebbero in grado di garantire da soli il controllo totale della popolazione; e ciò semplicemente perché i loro funzionari sono troppo sprovveduti e maldestri. Oltre tutto, non riescono neppure a stare al passo con i progressi della tecnologia. Perciò le autorità dipendono dal "mondo economico", cioè dalle corporation dell'informatica.
Solo se le due parti procedono fianco a fianco - i governi da un lato, e dall'altro imprese come Google, Microsoft, Apple, Amazon o Facebook - la presa a tenaglia sulle libertà dei cittadini raggiunge il massimo dell'efficacia. È comunque chiaro che in questa fragile alleanza, il ruolo delle istanze politiche è quello del partner più debole, dato che solo le corporation dispongono delle competenze indispensabili, del capitale e della necessaria manovalanza: informatici, ingegneri, programmatori di software, hacker, matematici e crittografi.
Nel Ventesimo secolo, né la Gestapo, né il Kgb o la Stasi avrebbero neppure lontanamente immaginato i mezzi tecnologici oggi a disposizione: le onnipresenti telecamere di sorveglianza, il controllo automatizzato dei telefoni e della posta elettronica, le immagini satellitari ad alta definizione, i profili di movimento superdettagliati, i sistemi di riconoscimento biometrico del volto; programmi gestiti grazie a stupefacenti algoritmi, memorizzati in banche dati di sconfinata capienza. L'ultimo accenno di reazione, ormai quasi dimenticato, contro lo zelo delle autorità tedesche e delle megaimprese risale al lontano 1983 - un anno prima della data che ha fornito il titolo al romanzo di Orwell.
Un censimento relativamente innocuo suscitò allora un certo allarme, e le denunce di molti cittadini furono accolte dalla Corte costituzionale. Non solo i giudici di Karlsruhe condannarono l'iniziativa del governo, ma istituirono una nuova legge costituzionale sull'"autodeterminazione informatica", a tutela della personalità.
Una sentenza che oggi appare ingenua: di fatto, nessuno ne ha mai tenuto conto. Nella cyberguerra contro la popolazione i sostenitori della riservatezza dei dati sono impotenti, e da tempo hanno gettato la spugna. Su un punto invece - quello dell'evoluzione linguistica - George Orwell ha colto nel segno: la "neolingua" da lui descritta è assurta ormai al rango di gergo ufficiale della sociologia. La Costituzione non piace ai cosiddetti servizi. Distinguerli dai criminali informatici è tutt'altro che facile. Le nuove tessere sanitarie di fatto altro non sono che una card elettronica di censimento delle malattie, facilmente decriptabile da un qualsiasi hacker.
E quanto ai social network, fanno leva sull'esibizionismo dei loro utenti per sfruttarli senza pietà. Un ultimo, molesto residuo di sfera privata è il contante. È dunque logico che lo Stato, di concerto con le corporation, metta in campo un impegno coerente per abolirlo, mediante la proliferazione di carte di credito, client card e altri sistemi di pagamento (tramite telefonia e chip) di prossima introduzione.
L'obiettivo non potrebbe essere più chiaro: esercitare una sorveglianza capillare sulla totalità delle transazioni. A ciò sono interessati, oltre al fisco, i network asociali, il commercio online, gli istituti di credito, la pubblicità e la polizia. Un altro effetto sarà quello di cancellare persino il ricordo della materialità del denaro, ridotto a una serie di dati manipolabili a piacimento. Al solo scopo di completare il quadro daremo infine uno sguardo a un settore collaterale, segnalando i tentativi in atto di abolire i diritti d'autore. Il copyright è una conquista recente, che risale al Diciannovesimo secolo. Fino a quel momento, la lettura di libri era un privilegio riservato a una piccola minoranza.
All'improvviso, il romanzo divenne un prodotto di massa. Gli scrittori si resero conto che grazie ai diritti sulle tiraturee sulle traduzioni, la letteratura poteva essere fonte di guadagni sostanziosi. Purtroppo non hanno avuto molto tempo per stare allegri. Il libro stampato, oggi denominato print, è diventato un modello di fine serie per le maggiori case editrici. Le quali considerano ormai il copyright come un ostacolo, con grande giubilo delle avanguardie digitali. Per questi allegri pirati, l'obbligo di pagare un prezzo per ciò che l'industria informatica definisce content è comunque assurdo. D'ora in poi gli autori, come venivano chiamati, dovranno rassegnarsi a lavorare gratis; in compenso potranno twittare, chattare e bloggare a piacimento.
Nessuno sembra preoccuparsi del fatto che ormai il tempo di decadimento delle tecniche a nostra disposizione varia da tre a cinque anni - lo stesso ritmo dei cicli economici dei grandi gruppi informatici. Mentre un testo su pergamena o carta deacidificata rimane perfettamente leggibile a distanza di cinque secoli o anche di un millennio, i media elettronici devono essere riversati con una certa frequenza per non diventare inservibili dopo soli dieci o vent'anni: un dato che ovviamente collima con lo spirito dei loro inventori.
Qualche anno dopo la Seconda guerra mondiale Orwell pubblicò il suo più celebre romanzo, 1984. Il futuro che vedeva all'orizzonte non gli piaceva. Dipinse il panorama infernale di un regno del terrore nel bel mezzo dell'Europa, che in un futuro non lontano avrebbe perfezionato i metodi di Stalin e di Hitler: un partito unico ai comandi di un "Grande Fratello"; una "neolingua" ideata per capovolgere il significato delle parole; l'abolizione della sfera privata; un regime di sorveglianza a 360 gradi, rieducazione e lavaggio del cervello dell'intera popolazione, e infine un'onnipotente polizia segreta per soffocare sul nascere qualunque tentativo di opposizione, con la tortura, i campi di concentramento e l'assassinio.
Fortunatamente quella profezia non si è avverata, almeno per quanto attiene alla nostra parte del globo: con essa George Orwell ha ingannato sia noi che se stesso. Ma non avrebbe immaginato neppure in sogno che per ottenere almeno in parte quel risultato - e in particolare un sistema di sorveglianza a tutto campo - non c'era bisogno di una dittatura. Si poteva raggiungerlo anche all'interno di un sistema democratico, senza l'uso della violenza, con metodi civili, se non addirittura pacifisti. Più di quattro secoli fa un giovane francese, Etienne de la Boétie, aveva già incominciato a riflettere su questo tema: nel suo Discorso sulla servitù volontaria, non pago di mettere alla berlina i despoti assoluti del suo tempo, l'autore si rivolgeva soprattutto alle coscienze di chi si adattava alla tirannide: «Sono gli stessi popoli - scriveva - a subire questa piaga, o anzi a farsi male da sé; se solo cessassero di sottomettersi alla servitù, sarebbero liberi. Il popolo si assoggetta, accondiscende alla sua miseria, o addirittura la insegue... Non crediate che un uccello si lasci impaniare, né che un pesce abbocchi all'amo con più facilità di un popolo pronto a farsi allettare dalla servitù, per poco che gli si spalmi un po' di miele in bocca».
Di fatto però, già da tempo non abbiamo più a che fare con la figura del monarca unico, personalmente identificabile e attaccabile, contro cui insorgeva Etienne de la Boétie. E neppure subiamo, come nel libro di Orwell, la tirannia di un Grande Fratello, ma piuttosto il dominio di un sistema simile a quello descritto da Max Weber negli anni Venti del secolo scorso. «L'organizzazione burocratica, con le sue professionalità e specializzazioni, la separazione delle competenze, i regolamenti e i rapporti d'obbedienza in base a una scala gerarchica, sta portando avanti, di concerto con la morta macchina, l'edificazione della struttura, di quel futuro assoggettamento, nel quale forse un giorno gli uomini saranno costretti a inserirsi nella più totale impotenza, come i fellah dell'antico Stato egizio, se per essi l'unico e ultimo valore in base al quale si decida la natura e l'amministrazione dei loro affari sarà un buon sistema - buono e razionale in senso puramente burocratico - di tutela, rifornimento e gestione. Perché in questo la burocrazia è incomparabilmente più efficiente di qualsiasi altra struttura di dominio». Nelle sue previsioni, quella struttura di assoggettamento sarebbe stata «dura come l'acciaio»: ma per quanto chiaroveggente, in questo almeno Max Weber si era sbagliato, dato che nel frattempo la gattabuia si è trasformata in un abitacolo relativamente confortevole, qualcosa come una cella spaziosa ed elastica, dalle pareti di gomma. I nostri sorveglianti arrivano a passi felpati, cercando, per quanto possibile, di conseguire i loro principali obiettivi strategici - sorveglianza a tutto campo e abolizione della sfera privata - senza far rumore. Ricorrono al manganello solo quando proprio non c'è altro da fare. Preferiscono rimanere anonimi; non portano uniformi ma abiti civili; si fanno chiamare manager o commissari, e non operano più in caserme, bensì in uffici con l'aria condizionata.
Nell'espletamento dei loro compiti hanno modi amabili e cordiali. Ai residenti garantiscono la sicurezza, l'assistenza, il comfort e i consumi. Perciò possono contare sulla tacita approvazione degli abitanti, e non dubitano che i loro protetti premeranno con zelo un pulsante invisibile con la scritta «mi piace». Anche su un altro punto l'analisi di Weber appare oggi anacronistica: la sua disarmante fiducia nella forza e capacità d'azione dello Stato. Se a noi questa fiducia viene meno, non è solo perché gli Stati sono incalzati, braccati dai mercati finanziari globali, ma anche perché oggi né Berlino, né Bruxelles e neppure Washington sarebbero in grado di garantire da soli il controllo totale della popolazione; e ciò semplicemente perché i loro funzionari sono troppo sprovveduti e maldestri. Oltre tutto, non riescono neppure a stare al passo con i progressi della tecnologia. Perciò le autorità dipendono dal "mondo economico", cioè dalle corporation dell'informatica.
Solo se le due parti procedono fianco a fianco - i governi da un lato, e dall'altro imprese come Google, Microsoft, Apple, Amazon o Facebook - la presa a tenaglia sulle libertà dei cittadini raggiunge il massimo dell'efficacia. È comunque chiaro che in questa fragile alleanza, il ruolo delle istanze politiche è quello del partner più debole, dato che solo le corporation dispongono delle competenze indispensabili, del capitale e della necessaria manovalanza: informatici, ingegneri, programmatori di software, hacker, matematici e crittografi.
Nel Ventesimo secolo, né la Gestapo, né il Kgb o la Stasi avrebbero neppure lontanamente immaginato i mezzi tecnologici oggi a disposizione: le onnipresenti telecamere di sorveglianza, il controllo automatizzato dei telefoni e della posta elettronica, le immagini satellitari ad alta definizione, i profili di movimento superdettagliati, i sistemi di riconoscimento biometrico del volto; programmi gestiti grazie a stupefacenti algoritmi, memorizzati in banche dati di sconfinata capienza. L'ultimo accenno di reazione, ormai quasi dimenticato, contro lo zelo delle autorità tedesche e delle megaimprese risale al lontano 1983 - un anno prima della data che ha fornito il titolo al romanzo di Orwell.
Un censimento relativamente innocuo suscitò allora un certo allarme, e le denunce di molti cittadini furono accolte dalla Corte costituzionale. Non solo i giudici di Karlsruhe condannarono l'iniziativa del governo, ma istituirono una nuova legge costituzionale sull'"autodeterminazione informatica", a tutela della personalità.
Una sentenza che oggi appare ingenua: di fatto, nessuno ne ha mai tenuto conto. Nella cyberguerra contro la popolazione i sostenitori della riservatezza dei dati sono impotenti, e da tempo hanno gettato la spugna. Su un punto invece - quello dell'evoluzione linguistica - George Orwell ha colto nel segno: la "neolingua" da lui descritta è assurta ormai al rango di gergo ufficiale della sociologia. La Costituzione non piace ai cosiddetti servizi. Distinguerli dai criminali informatici è tutt'altro che facile. Le nuove tessere sanitarie di fatto altro non sono che una card elettronica di censimento delle malattie, facilmente decriptabile da un qualsiasi hacker.
E quanto ai social network, fanno leva sull'esibizionismo dei loro utenti per sfruttarli senza pietà. Un ultimo, molesto residuo di sfera privata è il contante. È dunque logico che lo Stato, di concerto con le corporation, metta in campo un impegno coerente per abolirlo, mediante la proliferazione di carte di credito, client card e altri sistemi di pagamento (tramite telefonia e chip) di prossima introduzione.
L'obiettivo non potrebbe essere più chiaro: esercitare una sorveglianza capillare sulla totalità delle transazioni. A ciò sono interessati, oltre al fisco, i network asociali, il commercio online, gli istituti di credito, la pubblicità e la polizia. Un altro effetto sarà quello di cancellare persino il ricordo della materialità del denaro, ridotto a una serie di dati manipolabili a piacimento. Al solo scopo di completare il quadro daremo infine uno sguardo a un settore collaterale, segnalando i tentativi in atto di abolire i diritti d'autore. Il copyright è una conquista recente, che risale al Diciannovesimo secolo. Fino a quel momento, la lettura di libri era un privilegio riservato a una piccola minoranza.
All'improvviso, il romanzo divenne un prodotto di massa. Gli scrittori si resero conto che grazie ai diritti sulle tiraturee sulle traduzioni, la letteratura poteva essere fonte di guadagni sostanziosi. Purtroppo non hanno avuto molto tempo per stare allegri. Il libro stampato, oggi denominato print, è diventato un modello di fine serie per le maggiori case editrici. Le quali considerano ormai il copyright come un ostacolo, con grande giubilo delle avanguardie digitali. Per questi allegri pirati, l'obbligo di pagare un prezzo per ciò che l'industria informatica definisce content è comunque assurdo. D'ora in poi gli autori, come venivano chiamati, dovranno rassegnarsi a lavorare gratis; in compenso potranno twittare, chattare e bloggare a piacimento.
Nessuno sembra preoccuparsi del fatto che ormai il tempo di decadimento delle tecniche a nostra disposizione varia da tre a cinque anni - lo stesso ritmo dei cicli economici dei grandi gruppi informatici. Mentre un testo su pergamena o carta deacidificata rimane perfettamente leggibile a distanza di cinque secoli o anche di un millennio, i media elettronici devono essere riversati con una certa frequenza per non diventare inservibili dopo soli dieci o vent'anni: un dato che ovviamente collima con lo spirito dei loro inventori.
L'abolizione del libro stampato non è peraltro un'idea nuova. Fu preannunciata nel lontano 1953 da Ray Bradbury, nel suo bestseller (!) Fahrenheit 451, che ne descrive gli sviluppi fino alle estreme conseguenze. In quel racconto utopistico, il possesso di un libro è considerato un crimine e punito con la pena di morte. Nelle loro visioni del futuro i grandi pessimisti tendono a esagerare; ma il fatto di essere confutabili depone in loro favore, e non contro di loro. Ciò è vero sia nel caso di Bradbury e Orwell che in quello di Max Weber. Ovviamente, per saperne di più col senno di poi non c'è bisogno di essere un genio.
A fronte dei pronostici più tetri sorge una domanda, inevitabile come l'amen in chiesa: possibile che non ci sia qualche elemento positivo? La risposta è facile, visto e di grande soddisfazione: tutto ciò che è sopravvenuto grazie alla nostra volontaria servitù non ha richiesto spargimenti di sangue. I «residui del passato» non sono stati liquidati, come Lenin cercò di fare in Russia, ma continuano a esistere.
E ciò per un motivo evidente: la tolleranza dei nostri sorveglianti si basa su un semplice calcolo costibenefici. Sarebbe troppo dispendioso tentare di stanare gli ultimi refrattari, di sopprimere una piccola minoranza caparbia, che per puro e semplice puntiglio si oppone al fato digitale. Ecco perché ci si accontenta di una sorveglianza al 95 per cento. Dunque, non è il caso di farci prendere dal panico: anche perché il restante 5 per cento equivale pur sempre a quattro milioni di persone. E così anche in futuro, chi proprio non potrà farne a meno, potrà continuare a mangiare e bere, amare e odiare, dormire e leggere analogicamente senza preoccuparsi più di tanto, e restare relativamente inosservato.
A fronte dei pronostici più tetri sorge una domanda, inevitabile come l'amen in chiesa: possibile che non ci sia qualche elemento positivo? La risposta è facile, visto e di grande soddisfazione: tutto ciò che è sopravvenuto grazie alla nostra volontaria servitù non ha richiesto spargimenti di sangue. I «residui del passato» non sono stati liquidati, come Lenin cercò di fare in Russia, ma continuano a esistere.
E ciò per un motivo evidente: la tolleranza dei nostri sorveglianti si basa su un semplice calcolo costibenefici. Sarebbe troppo dispendioso tentare di stanare gli ultimi refrattari, di sopprimere una piccola minoranza caparbia, che per puro e semplice puntiglio si oppone al fato digitale. Ecco perché ci si accontenta di una sorveglianza al 95 per cento. Dunque, non è il caso di farci prendere dal panico: anche perché il restante 5 per cento equivale pur sempre a quattro milioni di persone. E così anche in futuro, chi proprio non potrà farne a meno, potrà continuare a mangiare e bere, amare e odiare, dormire e leggere analogicamente senza preoccuparsi più di tanto, e restare relativamente inosservato.
Etichette:
controllo,
Enzensberger,
orwell,
tecnomania
martedì 3 aprile 2012
Tre volte all'alba
Lui vende bilance, dorme da 16 anni in quella camera d'albergo, e questa notte sarà l'ultima; lei è una bella quarantenne, è pazza e non vive con l'uomo che ama.
Lui è il portiere di notte dell'albergo, una volta ha ucciso un uomo e si è fatto tredici anni di galera; lei ha 16 anni ed è incinta.
Malcolm ha 13 anni, ha appena visto un incendio divorargli la casa e i genitori; Mary Jo è un detective, fra tre giorni andrà in pensione e il suo ultimo compito vuole farlo per bene.
Tre volte all'alba è un intreccio riuscito e impossibile di assenze temporali. Per una di quelle licenze che i libri concedono, Malcolm e Mary Jo si incontrano per la prima e l'ultima volta in tre momenti uguali e diversi delle loro vite. Ogni volta, insieme, troveranno salvezza alle prime luci del mattino.
Storie alla Baricco, insomma. Partorite da un talento narrativo e affabulatorio incontestabile che, signori, mettevelo in testa, direbbe Berselli, da vent'anni non fa "Letteratura di serie B", per dirla alla Pietro Citati, ma "Fiction di serie A".
Molti ricorderanno le diatribe seguite all’uscita del romanzo Questa storia, elegantemente stroncato da Michele Serra con perifrasi magistrali quanto bastonato con sadismo sublime da Citati, il quale si disse disposto a pagare ben volentieri un prezzo altissimo, pur di gustare dei “veri pomodori”, ma non era il caso del Divino Alessandro. Probabile. Baricco non sarà un vero pomodoro, ma nemmeno ambisce ad esserlo: per comodità, in tanti evitano di ricordare quella volta in cui, con rara onestà, dichiarò: “dei miei libri non resterà niente”. L’ha detto, e ciò basti ad assolverlo dai suoi peccatucci di romanziere in fondo frivolo, dalla superficialità insondabile, incapace di prestarsi a seconde letture. Ci sarebbe poi il fatto che Baricco è troppo cool, si mette a fare del cinema sulla Nona Sinfonia, parla di barbari passando da Beethoven a Google, da McEnroe ai vini di Robert Parker con dimestichezza e un’altrettanta, eccessiva agilità; poi vende troppo, per essere considerato un venerato maestro, e quindi guadagna anche troppo, laddove tutti sappiamo che il genio dev’essere necessariamente cencioso ed emarginato, da celebrarsi rigorosamente postumo.
Inappuntabile, applausi, ma sarebbe ingiusto, se non addirittura scorretto, negarne il talento palese e a tratti fulminante.
Innazitutto Baricco si ama o si odia, e sempre per i motivi sbagliati. Lo adorano per le storielle inverosimili, la prosa scorrevolissima, le stramberie dei personaggi come Plasson, pittore che dipinge il mare con l’acqua di mare dando perciò i brividi, e altre fregnacce simili. Di contro lo si disprezza per le idee campate in aria, la prosa soggetto-verbo-punto, la prolissità compiaciuta, la prepotenza del suo “Io in posa”, come lo definì Daniele Luttazzi, per non parlare degli a capo e i corsivi fini a se stessi se non a un’estetica che nelle intenzioni dovrebbe racchiudere la verità baricchiana ultima e indivisibile: io sono, voi non siete.
Si è sempre avvertita, palpabile, nella sua produzione, l’idiosincrasia per le masse da ammaliare a suon di best-sellers e soggiogare col complesso di inferiorità nei confronti di una letteratura alta, la sua, che non è alta e non è neppure letteratura, ma che riesce sempre a convincere tutti di essere l’una e l’altra. Clamorosamente.
Tre volte all’alba racchiude, rielaborandolo nella digestione, tutto il Baricco precedente, rivelandone un’insperata nuova linfa dopo le deprimenti debacle di Emmaus e Mr. Gwyn. Quest’ultimo ci mostrava un Baricco inedito, più esile e senza svolazzi troppo irritanti, attento a non cadere in voragini terribili ma, putroppo, parimenti privo dei picchi straordinari di altri suoi libri, tanto traballanti e annichiliti quanto coerentemente irrisolti: era ormai un Baricco senza Baricco, intristito e inutile, la cui creatura più prescindibile, Jesper Gwyn, accennava a un’opera di uno scrittore fittizio, dal titolo (appunto) di Tre volte all’alba. Un’eco suggestiva che da pozzanghera si è fatta mare, obbligando l’autore a tuffarcisi per riemegerne, pochi mesi dopo, con questo libriccino di novanta pagine che, udite udite, sono quanto di meglio abbia scritto Baricco dai tempi di Novecento: non così geniale e memorabile, e con appena un paio di perle, ma come questo maturo, essenziale, compiuto.
E pazienza se le tre ore di lettura godereccia trascoloreranno in fretta nel ricordo, come capita ai piaceri effimeri nel lenire il mal di vivere quotidiano. Piccole allegrie di ieri, che domani sono già finite.
Lui è il portiere di notte dell'albergo, una volta ha ucciso un uomo e si è fatto tredici anni di galera; lei ha 16 anni ed è incinta.
Malcolm ha 13 anni, ha appena visto un incendio divorargli la casa e i genitori; Mary Jo è un detective, fra tre giorni andrà in pensione e il suo ultimo compito vuole farlo per bene.
Tre volte all'alba è un intreccio riuscito e impossibile di assenze temporali. Per una di quelle licenze che i libri concedono, Malcolm e Mary Jo si incontrano per la prima e l'ultima volta in tre momenti uguali e diversi delle loro vite. Ogni volta, insieme, troveranno salvezza alle prime luci del mattino.
Storie alla Baricco, insomma. Partorite da un talento narrativo e affabulatorio incontestabile che, signori, mettevelo in testa, direbbe Berselli, da vent'anni non fa "Letteratura di serie B", per dirla alla Pietro Citati, ma "Fiction di serie A".
Molti ricorderanno le diatribe seguite all’uscita del romanzo Questa storia, elegantemente stroncato da Michele Serra con perifrasi magistrali quanto bastonato con sadismo sublime da Citati, il quale si disse disposto a pagare ben volentieri un prezzo altissimo, pur di gustare dei “veri pomodori”, ma non era il caso del Divino Alessandro. Probabile. Baricco non sarà un vero pomodoro, ma nemmeno ambisce ad esserlo: per comodità, in tanti evitano di ricordare quella volta in cui, con rara onestà, dichiarò: “dei miei libri non resterà niente”. L’ha detto, e ciò basti ad assolverlo dai suoi peccatucci di romanziere in fondo frivolo, dalla superficialità insondabile, incapace di prestarsi a seconde letture. Ci sarebbe poi il fatto che Baricco è troppo cool, si mette a fare del cinema sulla Nona Sinfonia, parla di barbari passando da Beethoven a Google, da McEnroe ai vini di Robert Parker con dimestichezza e un’altrettanta, eccessiva agilità; poi vende troppo, per essere considerato un venerato maestro, e quindi guadagna anche troppo, laddove tutti sappiamo che il genio dev’essere necessariamente cencioso ed emarginato, da celebrarsi rigorosamente postumo.
Inappuntabile, applausi, ma sarebbe ingiusto, se non addirittura scorretto, negarne il talento palese e a tratti fulminante.
Innazitutto Baricco si ama o si odia, e sempre per i motivi sbagliati. Lo adorano per le storielle inverosimili, la prosa scorrevolissima, le stramberie dei personaggi come Plasson, pittore che dipinge il mare con l’acqua di mare dando perciò i brividi, e altre fregnacce simili. Di contro lo si disprezza per le idee campate in aria, la prosa soggetto-verbo-punto, la prolissità compiaciuta, la prepotenza del suo “Io in posa”, come lo definì Daniele Luttazzi, per non parlare degli a capo e i corsivi fini a se stessi se non a un’estetica che nelle intenzioni dovrebbe racchiudere la verità baricchiana ultima e indivisibile: io sono, voi non siete.
Si è sempre avvertita, palpabile, nella sua produzione, l’idiosincrasia per le masse da ammaliare a suon di best-sellers e soggiogare col complesso di inferiorità nei confronti di una letteratura alta, la sua, che non è alta e non è neppure letteratura, ma che riesce sempre a convincere tutti di essere l’una e l’altra. Clamorosamente.
Tre volte all’alba racchiude, rielaborandolo nella digestione, tutto il Baricco precedente, rivelandone un’insperata nuova linfa dopo le deprimenti debacle di Emmaus e Mr. Gwyn. Quest’ultimo ci mostrava un Baricco inedito, più esile e senza svolazzi troppo irritanti, attento a non cadere in voragini terribili ma, putroppo, parimenti privo dei picchi straordinari di altri suoi libri, tanto traballanti e annichiliti quanto coerentemente irrisolti: era ormai un Baricco senza Baricco, intristito e inutile, la cui creatura più prescindibile, Jesper Gwyn, accennava a un’opera di uno scrittore fittizio, dal titolo (appunto) di Tre volte all’alba. Un’eco suggestiva che da pozzanghera si è fatta mare, obbligando l’autore a tuffarcisi per riemegerne, pochi mesi dopo, con questo libriccino di novanta pagine che, udite udite, sono quanto di meglio abbia scritto Baricco dai tempi di Novecento: non così geniale e memorabile, e con appena un paio di perle, ma come questo maturo, essenziale, compiuto.
E pazienza se le tre ore di lettura godereccia trascoloreranno in fretta nel ricordo, come capita ai piaceri effimeri nel lenire il mal di vivere quotidiano. Piccole allegrie di ieri, che domani sono già finite.
venerdì 2 marzo 2012
Fenomenologia di Germano Mosconi
Solgo ritenermi agnostico per tre motivi:
1) sono pigro
2) non si sa mai
3) esserlo dà diritto a smadonnare spesso e per qualsiasi inezia, scevri di qualsivoglia senso di colpa
(le argomentazioni a supporto della tesi al punto 3) dovete trovarle voi. Personalmente l'ho desunta dal Maestro)
Germano Mosconi era, probabilmente, io non lo so perché ai tempi della cavalcata dell'Hellas manco c'ero, un ottimo professionista. Classe, dizione giusta, aplomb impeccabile. Me lo immagino a fare radiocronache con voce sobria, scandendo bene ogni singolo lessema, elegantissimo e sideralmente distante dai Compagnoni, i Caressa, i Pellegatti, e tutti quei volgari baciapile dal talento consono a raccontare il calcio di oggi.
Poi i video. Le bestemmie remixate. Le querele ai divulgatori. La popolarità.
Mosconi non avrebbe mai voluto essere ricordato, credo: figurarsi così, e ciò mi pare fuor di dubbio ("fuor di dubbio": mah).
Quindi i record di accessi, le citazioni, le parabole mitologiche nate in seguito ne avevano decretato la portata messianica. Era diventato, suo massimo sconcerto e malgrado, un guru della sotto-cultura giovanile. Esagerato? Può darsi.
Edmondo Berselli è stato l'unico, fra i critici e gli intellettuali (veri o presunti), ad analizzare fenomenologicamente la produzione musicale degli 883. Dedicandovi l'intero capitolo finale di un suo libro (straordinario, come tutto ciò che Berselli scriveva), "Canzoni - Storie di un'Italia leggera". Va da sé che è un libro da leggere assolutamente, quindi non vi anticipo nulla se non lo stretto necessario.
Il capitolo era "Il 'fast-tought' di Max Pezzali". C'è pure Michele Serra quand'era ancora Michele Serra.
Il fatto è che laddove l'intera critica musicale si era affrettata a bollare gli 883 quale mera operazione di marketing, volgare e inutile, Berselli, forte di un'ineguagliabile libertà intellettuale, ne aveva enunciato la portata, se così vogliamo chiamarla, filosofica. Gli 883 erano il canale che dava senso, forma e decibel alla filosofia di quella nuova classe sociale che era, ed è, non proletaria ma neppure borghese. Quella, per capirci, immensa e derelitta che il Governo Monti sta contribuendo a distaccare paurosamente da una cerchia vieppiù ristretta di privilegiati. Parlando di "Se tornerai", Berselli acutamente scrive: "Accidenti, ma questa non è noia, non è insofferenza, non è cretineria giovanile: sembra addirittura dolore". Concludendo che "il bozzettismo post di Pezzali non è più solo l'espressività di un marginale, ma è l'unica creatività praticabile all'interno della nuova classe - la non più borghese-né proletaria -, composto sociale diverso ma sovrapponibile alla sua matrice di mezzo secolo fa".
Ecco (Genio totale, Berselli, scusatemi). Gli 883 sono durati quel che son durati. Pezzali (secondo Berselli "il miglior costruttore di parole oggi vivente", e già condivido molto meno) è ridotto male, fisicamente e artisticamente trapassato, mutato come mutata è quella fetta di popolazione sommersa. E, certamente, anche la massa giovanile è cambiata, sempre più incredibilmente sola, vuota e incompresa.
Solitudine, vuotezza e incomprensione che devono trovare uno sfogo, uno sbocco plausibile e palesemente estraneo alla metafora artistica: i Soliti idioti, per stare ai fatti recenti, e il "marketing del porcone" assolutamente sdo-ga-na-to in eterno dai divulgatori dei dietro le quinte mosconiani.
I giovani, fortunatamente, non vanno in chiesa (anche se continuo a chiedermi se non fosse meno orrendo il timore di dio, rispetto alla soggezione al Mercato). Non si pongono, credo, neppure il quesito inutile sull'esistenza di dio. Anticlericali per ovvietà, e non poiché hanno letto Caino di Saramago. Eppure è evidentemente palese il bisogno di additare a qualcosa, qualcuno, il loro malessere. Qualcosa di astratto, ma di innata stronzaggine. Visto che pure la fantasia se n'è andata, chiamiamolo dio. E porconiamolo di continuo, come continuo è il nostro dolore.
Una sinossi dozzinale, ma, per concludere, credo converrete con me che un professionista del genere, passato agli annali e letteralmente idolatrato per i suoi smadonnamenti, sia entrato a far parte della cultura italiana (in quanto sommo esempio di bestemmiatore presso la sotto-massa giovanile) non a caso.
Parafrasando Berselli, si può tranquillamente dire che Mosconi ha dato voce a una generazione, e che l'"ateismo mosconiano" (di cui I soliti idioti sono affluenti) sia l'unico slancio creativo praticabile all'interno e nei confronti del vasto e incommensurabile pubblico dei giovani e giovanissimi.
Orfani di tutto, fuorché, forse, di un dio in carne ed ossa che non risorgerà.
giovedì 1 marzo 2012
Vuoto
Se n'è andato un artista impareggiabile.
E anche Dalla mancherà tanto.
Ciao Germano.
Ciao Lucio.
E anche Dalla mancherà tanto.
Ciao Germano.
Ciao Lucio.
Iscriviti a:
Post (Atom)